Era da pochi giorni caduta la neve, l’ultima prima che arrivasse la primavera, quando incontrai, nella casa-studio di Botticino, marziabonera.
Ora, se richiamo alla memoria quella serata, riaffiorano quegli spazi raccolti, intorno alla persona, il soffitto a spiovente, non molto alto dello studiolo; eravamo in tre e non era possibile starci se non in due. Avevamo invaso il mondo privato di marzia, il luogo dove amava rinchiudersi nelle ore tarde, per respirare forte, per ascoltare il cuore battere a grandi tonfi, per intraprendere viaggi introspettivi nel mistero della natura e dell’uomo. Quelle pareti, tappezzate da una sequenza di opere, parlavano di lei, dei suoi colori, della sua energia, della sua voce, del suo modo di muoversi; in qualche modo conservavano la sua impronta.
Rammento che quella stanza mi ricordò per analogia i “camerini” dove Isabella d’Este si ritirava per capire, soffrire, gioire.
In quella manciata di ore vincemmo il tempo riuscendo a dialogare, in una sorta di posto ideale, di cose non banali attraverso pensieri dilatati in insperate lievità.
Lì, tra la produzione di immagini di forme naturali su tela emulsionata, marzia proiettava la sua aurea di energia e la sua carica di spiritualità. Attingeva linfa da una dimensione interiore intima e leggera dove ancora tutto era limpido e trasparente. Aveva progetti ambiziosi che inseguiva attraverso la manipolazione artistica ma, prima ancora con impulsi che arrivavano direttamente dal cuore.
L’eterea raffinatezza dei riporti e stampe su tela, sulla quale interveniva con slancio per affidare all’immagine intense e volute vibrazioni, era lo specchio delle sue meditazioni, delle sue riflessioni, delle sue speranze.
Erano giorni in cui sondava gli stati d’animo più profondi dell’essere umano: la ricerca intensa era condotta sul fino di un’urgenza personale.
La sua pittura, volutamente pulita, rispecchiava l’esigenza di chiarezza, prima di tutto interiore. Dipingeva, ritoccava immagini selezionate, evocava sensazioni inattese, sussurri dell’immenso. Metteva in discussione i confini che separano l’arte dalla vita scrivendo “…man mano che i miei lavori progrediscono mi trovo di fronte a scelte continue fra persone, fatti e cose..”
Oggi come ieri la certezza, che qualcosa di grande e luminoso si nasconde nella piattezza della vita di tutti i giorni, muove il fare artistico di marzia che affida all’immagine fotografica i sentimenti assoluti, le forze pure-
L’artista sa scegliere, tra il vero, ciò che può diventare poetico.
Il suo personalissimo discorso, che coniuga rivoluzione e discrezione, è condotto con quell’inconfondibile tocco di delicatezza capace di fissare l’istante senza per questo congelarlo in un’immota assenza di vita.
Ed è la luce, materia prima per eccellenza dell’arte fotografica, che s’incarica di conferire un dinamismo intio più suggestivo che mostrato.
La meraviglia dell’artista, di fronte al palpito universale che si cela dietro un volto od un gesto, si espande e vibra, oltre il supporto, come un chiarore evanescente e inafferrabile che carica le immagini di intensità emotive.